Neologismi da Treccani… Tanti, ma spesso caduchi

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Si deve alle trovate (e alle disavventure) dell’attaccante Mario Balotelli la parola balotellata. O alla voglia di fare tutto dell’ex ministro Renato Brunetta il vocabolo fantuttone. O ancora a una replica su Facebook del direttore del Tg La7 Enrico Mentana l’espressione webete inteso come ottuso della Rete. E poi c’è a chi piace il vippume magari della casa del Grande fratello oppure essere il masterchef di turno. Qualcuno, invece, potrebbe essere terrorizzato dallo spesometro, lo strumento per spiare gli evasori, o dai no-vax, coloro che sono contrari a vaccinare i figli, mentre potrebbe sognare di avere la flat tax, l’aliquota unica, o di diventare un designer del suono. Parole nuove per un’Italia che cambia: 3.505 sono quelle create dal 2008 a oggi che la Treccani ha raccolto e che sono entrate nel volume dedicato ai neologismi della nuova edizione del Vocabolario pubblicato dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana. Termini capaci di raccontare la metamorfosi che ha investito gli stili di vita e i costumi nell’ultimo decennio. E che il celebre ente fondato nel 1925 ha certificato. «Ma non siamo noi a dare una sorta di patente all’italiano emergente. Il nostro compito è osservare le nuove parole passando al vaglio la stampa quotidiana, 76 testate in tutto. E poi registrarle anche attraverso il Vocabolario Treccani», spiega uno dei direttori scientifici, Giovanni Adamo, responsabile dell’Osservatorio neologico della lingua italiana dell’Iliesi-Cnr.

Certo, si fa fatica a ritenere neologismi termini come cinguettare su Twitter, black friday (la giornata dei maxi sconti a fine novembre), centro per l’impiego (erede dello storico ufficio di collocamento) o faccina (l’emoticon che riproduce sul cellulare il sorriso, l’effetto sorpresa o la perplessità di chi scrive). «Verissimo – osserva l’altra curatrice, Valeria DellaValle, già docente di Linguistica italiana all’Università La Sapienza di Roma –. Eppure quando li abbiamo individuati alcuni anni fa, rappresentavano novità lessicali. Col tempo sono stati pienamente accolti dalla popolazione e adesso rientrano fra quelli di uso corrente».

A condizionare i «nuovi coni» – come la Treccani chiama i neologismi, quasi fossero monete – è la vorticosa innovazione tecnologica. Big data, bus ecologico, codice Qr, cyberattivista, diritto all’oblio, fotogallery, messaggeria istantanea, multitouch, parco solare, youtuber sono alcuni lemmi che il volume contiene. «Le nostre abitudini – spiega Adamo – sono state modificate in modo significativo anche dall’affermazione delle reti sociali e si sono diffusi vocaboli come influencer: è un personaggio popolare del web che ha la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un gruppo di utenti. Oppure si è imposto l’hater, l’odiatore, che approfittando dell’anonimato di Internet o dei social ricorre a un gergo violento online». Negli ultimi anni si sono manifestate piaghe sociali che hanno minacciato sempre più le famiglie. «Penso al fenomeno del gioco d’azzardo – afferma il responsabile dell’Osservatorio neologico –. E dobbiamo ad “Avvenire” il neologismo azzardopatia che nel Vocabolario è presente e rimanda alla dipendenza dal gioco in cui troppe persone cercano un rifugio e dove invece perdono se stesse e spesso anche i loro cari».

La Treccani recepisce persino petaloso (pieno di petali). «Una parola che si inserisce sulla scia di altre nate unendo un sostantivo al suffisso “oso”. La pubblicità aveva già lanciato comodoso, risparmioso o addirittura inzupposo per un biscotto», racconta Adamo. Fra gli oltre tremila termini “bebè”, 888 sono espressioni composte da più vocaboli. Ecco allora la carta d’identità digitale, il contratto di solidarietà, il bastone da selfie, il fine vita, il punto nascita, il talent show o la tessera del tifoso. E oltre il 20% è straniero, in gran parte inglese. «Un dato allarmante se si considera che nel dizionario uscito nel 2008 i forestierismi erano il 10% – avverte Della Valle –. Forse per la fretta dei giornalisti, forse per una qualche svogliatezza, si ricorre a parole prese di sana pianta dal loro humus nativo che vengono trapiantate nel nostro contesto. Ma non sempre risultano comprensibili a tutti: cito stepchild adoption, l’adozione di un figlio da parte del partner del genitore, o spending review, l’esame delle spese per ridurre gli sprechi». Hanno un’evidente ma- trice anglosasso- ne anche photo- shoppare (miglio- rare una foto co- me fa il program- ma Photoshop) o briffare (da “to brief” che vuol dire ragguagliare, aggiornare su una situazione). Di pari passo aumentano i calchi lessicali. Si tratta di espressioni proprie di un’altra lingua che vengono tradotte o riadattate in italiano. «Si consideri nativo digitale ideato nel 2001 dallo scrittore statunitense Marc Prensky nella forma“digital native”. O ancora le diverse bolle, quelle finanziarie, speculative, immobiliari, che derivano dall’equivalente anglosassone d’origine settecentesca», sottolinea Adamo. Non mancano i “neologismi d’autore”, secondo un’altra definizione della Treccani. Si va da asinocrazia del politologo Giovanni Sartori a lanacaprinesco della cantante Mina, passando per guerrasantista di Guido Ceronetti, barcamenista di Aldo Grasso, piazzapulitismo di Marco Tarquinio. «E non abbiamo fatto in tempo a inserire fascistometro sfornato dalla scrittrice Michela Murgia», fa sapere Della Valle.

Un posto d’onore è riservato a papa Francesco. Non solo c’è bergogliano ma anche una serie di parole da lui inventate come balconare (stare alla finestra senza partecipare a ciò che accade) o misericordina. «Sono vocaboli spagnoleggianti che hanno avuto una forte eco», nota la linguista. La Chiesa ha anche contribuito a varare BXVI (sigla per abbreviare Benedetto XVI) o ratzingerismo.

Poi c’è la politica. Cinquestelle, democrat, Brexit, Imubunga-bunga, olgettine (le invitate alle feste di Berlusconi) sono figlie della cronaca fra i corridoi parlamentari. «Aggiungo l’annuncite di cui fu accusato di soffrire l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi – dice Adamo –. Sono termini legati per lo più a una determinata stagione che probabilmente scompariranno». Già, perché le parole muoiono. «Un vocabolo può diffondersi e quindi resistere se è necessario per esprimere un concetto, se è di facile comprensione e se ha un effetto evocativo – chiarisce il dirigente del Cnr –. Forse dei 3.505 neologismi ne rimarrà la metà, forse di meno». E Della Valle chiosa: «Quando fra cinquant’anni qualcuno prenderà in mano il volume, sorriderà dicendo: guarda che strane parole circolavano nel Paese…».

GIACOMO GAMBASSI